A taxi driver: il viaggio dell’eroe al tempo della dittatura

A Song Kang-ho piace guidare. Lo fa come autista in Parasite, lo fa in A taxi driver come tassista, nei panni di Kim Sa-Bok. E se, di nuovo, l’attaccamento morboso al denaro, la grettezza (che, alla fine, ha una ragion d’essere) e l’assenza di ideali non vi spaventano, vi posso assicurare che il viaggio vale ogni won.

La storia.

Siamo nella Corea del sud, nel maggio del 1980, la storia è vera, i personaggi pure. Kim è un tassista vedovo con una figlia piccola a carico, che ha un disperato bisogno di fare soldi. Soffiando il lavoro ad un altro autista, trova un’occasione all’apparenza facile: accompagnare per 100.000 won il fotoreporter tedesco, Jürgen Hinzpeter, a Gwangju, nel Sud del Paese. La somma fa gola, ci sono affitti arretrati da pagare, le scarpette della figlia sono piccole e logore quindi, senza porsi alcuna domanda sul perché della spedizione, parte.
Ma il giornalista non viaggia per piacere: il suo scopo è filmare e rendere pubblica al mondo la repressione violentissima della rivolta studentesca da parte delle forze militari. Un improbabile gruppo di universitari, mal organizzati e mal istruiti (uno solo di loro parla inglese), manifesta pacificamente contro il regime dittatoriale del generale Chun Doo-hwan. La stampa locale insabbia la barbarie, fuori da Gwangju le informazioni che trapelano parlano di un gruppo di studenti comunisti e violenti che si oppongono con la forza al regime.

Il viaggio dell’eroe.

Per Kim Sa-Bok, quello da Seoul a Gwangju, è il viaggio dell’eroe: non sono 270 chilometri, ma l’incontro con una coscienza sociale, la solidarietà e il sacrificio. Così la presa di posizione politica, territorio alieno fino a quel momento, diventa motivazione e punto di arrivo in un viaggio di crescita interiore che commuove.
E l’amicizia è il primo mattone su cui costruire una nuova Corea del Sud: quella tra tassisti, quella tra generazioni, quella tra autista e giornalista, disegnata con eleganza attraverso un dialogo continuo, che va dal comico al tragico, in cui la grande assente è una lingua comune.
La tridimensionalità di Song Kang-ho, in contrapposizione con una triste prova di Thomas Kretschmann (che interpreta il giornalista tedesco), rende l’immedesimazione inevitabile, per quanto fastidiosa (chi vorrebbe sentirsi comodo nei panni di un tirchio e abbietto?), anche per il più fermo dei ricalcitranti.

Le onoreficenze.

Candidato alle nomination come Miglior film in lingua straniera, A taxi driver, del regista Jang Hun, è una prova d’autore di grande spessore che ha dimostrato come la commedia possa fondersi con la storia, dando valore alla prima e rendendo fruibile e popolare la seconda.
Notevole l’uso del colore e della fotografia, curata da Go Rak-sun: i gialli e i verdi sgargianti si contrappongono alla durezza della dittatura, illuminando con l’umanità degli ultimi (che saranno i primi) una pagina nera della storia della Corea del Sud.

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