Dal burnout all’online fatigue: il lavoro al tempo del Covid

Pandemia e Covid hanno rivoluzionato il vocabolario, oltre che la nostra vita professionale e personale. Burnout, online fatigue, diritto alla disconnessione, netiquette, condizione di gender nel remote e nello smart working, differenza tra i due…
Queste sono alcune delle voci con cui siamo entrati in connessione o con le quali avremo a che fare nell’immediato. Facciamo chiarezza sui nostri spazi e sui diritti.

Burnout

Il burnout, inglesismo che sta per un più nostrano “non ce la faccio più”, è una condizione di stress cronico e persistente, che grava sul benessere psicofisico e che deriva da una situazione professionale logorante.

E’, in breve, il sentirsi sopraffatto dal contesto lavorativo e non disporre di risorse e strategie comportamentali o cognitive adeguate a fronteggiare questa sensazione di esaurimento fisico ed emotivo.

Il rischio burnout è elevato per chiunque, ma in particolar modo per le lavoratrici che, attraverso lo smart working o il remote working (leggi la voce per la differenza), hanno dovuto conciliare le mansioni aziendali con quelle familiari, in primis la gestione dei figli e dell’home schooling.

Disconnessione (diritto alla)

La tecnologia è divenuta un’appendice del nostro corpo. Farne a meno provoca crisi d’ansia, usarla con moderazione sembra una chimera. Così, tra notifiche che arrivano a qualsiasi ora del giorno e della notte, e-mail, telefonate e videocall fuori orario e nel fine settimana, i pranzi, le cene, i passatempi, la lettura e il relax rischiano di deflagrarsi in un milione di piccoli pezzi. E anche quando si cerca di far finta di nulla è comunque troppo tardi: la mente ha subito uno stimolo da evitare o da gestire.

Il diritto alla disconnessione è proprio questo: non essere costantemente reperibile, non rispondere a telefonate e a e-mail durante il riposo. Dire no all’iper-connessione senza compromettere la situazione lavorativa. Perché la cultura dell’essere “sempre connesso” comporta maggiori rischi di depressione, ansia e burnout.

Questo diritto fino ad oggi, e in Italia solo dal 2017, non è stato davvero definito e sancito per legge, ma è stato affidato alla contrattazione tra le parti. Oggi, però, a causa dei mutamenti dovuti alla pandemia, il Parlamento europeo ha richiesto una legge che garantisca ai lavoratori il diritto alla disconnessione digitale, senza incorrere in ripercussioni per chi lo eserciterà.
Secondo uno studio di Eurofound, la fondazione europea per il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro, circa il 30% degli intervistati dichiara di controllare le e-mail fuori dall’orario canonico in modo da moderato a intensivo.

Gender

Estremamente interessanti i risultati evidenziati dall’indagine Kaspersky Women in tech”. Il 47% delle donne italiane che lavora nel settore tech ritiene che il COVID-19 abbia ritardato l’avanzamento di carriera.
Il 45%, invece, dichiara di avere fiducia nelle capacità del remote working di facilitare la parità di genere. Portando entro le stesse mura impegni professionali e familiari, si ipotizzata l’eliminazione di quelle differenze che gravavano sulle carriere del mondo femminile, ma gli effetti sono stati duplici: da una parte ha prodotto un cambiamento generale della mentalità di molte organizzazioni, dall’altra il persistere di pregiudizi sociali ha comunque ostacolato questa potenziale svolta e la divisione paritetica all’interno degli spazi domestici non c’è stata fino in fondo.

Quando, poi, è stato chiesto quali fossero stati gli impegni quotidiani che avevano compromesso la loro produttività, il 60% delle donne ha indicato i lavori domestici (contro il 36% degli uomini) e il 66% l’home schooling (contro il 37% degli uomini).
Inoltre, il 47% delle donne ha dovuto modificare il proprio orario lavorativo per adattarlo alle esigenze della famiglia.

Il rischio, quindi, è quello che la modalità lavorativa detta smart working finisca per rinchiudere di nuovo le donne dentro i confini domestici, senza toglier loro le incombenze casalinghe.
Una dinamica che l’Italia non si può permettere, avendo un tasso di occupazione femmile più basso rispetto a quello degli uomini del 18% e redditi complessivi inferiori di circa il 25% rispetto a quelli degli uomini.

Finti spostamenti

Se i confini tra professione e privato sono sempre più nebulosi e confusi, se l’ufficio è il tavolo del soggiorno e la pausa caffè è a un metro dalla postazione lavoro, diventa sempre più importante mettere dei confini netti di tempo e di spazio tra i due universi. Senza temere che le pause, accettate negli uffici, ma sempre più mimetizzate in casa, rappresentino un attentato al livello di motivazione e attenzione.

Si teorizza così sull’importanza di creare dei “finti spostamenti” che simulino i tragitti casa-lavoro/lavoro-casa, ma anche solo il percorso verso altri uffici o l’uscita per la pausa pranzo. Basta una passeggiata intorno all’isolato, una corsetta o qualche affondo tra cucina e camera da letto.

Netiquette

Il bonton non è cosa d’altri tempi. Cambia nome, si sposta in altri spazi, ma le buone maniere sono sempre gradite e necessitano di piccole convenzioni condivise.
Cosa vuol dire netiquette? Il neologismo unisce la parola inglese network (rete) a quello francese étiquette (buona educazione). In pratica, le regole di comportamento che favoriscono il rispetto tra gli utenti.

Alcune arrivano da tempi lontani e riguardano la bontà dell’intervento. T.H.I.N.K., ovvero prima di intervenite pensa se è vero (TRUE), se è utile (HELPFUL), è d’ispirazione (INSPIRING), è necessario (NECESSARY) ed è gentile (KIND). Il Corriere suggerisce 8 consigli di buona educazione digitale.

Le videochiamate vanno effettuate con video acceso o spento? Ci si veste con abiti da lavoro o va bene un abbigliamento informale da casa? Si può farcirsi un panino mentre si è in riunione o va mantenuta una posizione congrua? Zoom, Meet o Teams, se da una parte hanno avvicinato aziende, clienti, lavoratori, professionisti, dall’altra hanno agevolato la nascita di un nuova figura, l’incivile digitale.


Sì, quindi, ad alcune regole chiarificatrici, che uniformino i comportamenti online. In generale, vale il consiglio di non sentirsi troppo a casa propria. Nello specifico: attenzione all’ambiente inquadrato (no al disordine, no allo sporco, no al passeggio di altri componenti della famiglia), mute sempre, tranne quando si ha qulacosa da dire, in modo da non causare disturbo con i rumori provenienti dall’ambiente domestico, video sempre on così da dimostrare interesse, sì a un look informale, no all’aspetto trascurato.

Online fatigue

E’ la sensazione di sopraffazione che si ha quando ci si trova senza più tempo libero, quando la qualità di vita è insoddisfacente, quando l’interfenza del lavoro sulla vita privata è troppa. E’ l’anticamera del burnout, che provoca sintomi psicosomatici.

Un’indagine condotta da un gruppo di ricercatori del Dipartimento di Psicologia e del Dipartimento di Scienze Statistiche dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano sull’esperienza dei docenti dopo 9 mesi di attività da remoto dice che il 55% degli insegnanti soffre dell’interferenza tra vita privata e lavorativa, il 67% ritiene che le tecnologie abbiano invaso la sfera personale, il 50% dichiara di trascorrere in media più di quattro ore al giorno su piattaforme di comunicazione.

Tele, remote, smart… purché sia working

Il remote working

Il remote working è sinonimo e, al tempo stesso, evoluzione del telelavoro. E si intende un lavoro che si svolge a distanza rispetto alla sede centrale. In pratica, il telelavoro non è altro che il trasferimento della postazione lavorativa del dipendente al di fuori dei locali dell’impresa. Il dipendente ha le medesime responsabilità che aveva nel posto di lavoro e deve garantire lo stesso standard nei risultati pattuiti.

Lo smart working

Lo smart working, invece, è più legato alla trasformazione digitale delle imprese: in questo caso il lavoratore/libero professionista decide in piena autonomia e con la massima flessibilità i tempi e il luogo di lavoro, senza una postazione fissa. C’è chi ne fa una filosofia di vita.

Separazione

Per una volta, non intendiamo la separazione come qualcosa di alienante e negativo, nessun riferimento al tanto temuto “allontanamento sociale”, ma un sano e necessario distinguo di spazi e tempi. Secondo Eworklife, la capacità del lavoratore di alternare momenti di concentrazione a momenti di relax influenzano positivamente la produttività e favoriscono il flusso di idee. Se prima la macchina del caffè o la pausa pranzo con i colleghi rappresentavano momenti di rigenerazione, oggi le mura di casa in solitaria rischiano di diventare una prigione che gioca a sfavore sia della qualità del lavoro che di quella della sfera personale.

Che la pausa sia utile e necessaria, lo hanno dimostrato in tanti, non ultima la dottoressa Pernille Strøbæk, dell’università di Copenaghen, attraverso la sua ricerca apparsa sulla rivista Symbolic Interaction. La ricercatrice è riuscita a quantificare il miglioramento della performance di studio, se applicate le pause, affermando che migliora anche del 73%.

Un altro studio ha dimostrato che il cervello umano necessita di 25 minuti per entrare pienamente nel flusso creativo ed essere al massimo dell’efficienza (il flow è stato teorizzato da Csíkszentmihályi).
Gli psicologi hanno, inoltre, scoperto che la mente può gestire solo un certo numero di stimoli alla volta, circa 126 bit di dati al secondo, e non può processarne di più.

Ci sono varie tecniche messe a punto per massimizzare la concentrazione, alternando lavoro focalizzato a pause rigeneranti: per esempio la teoria 52:17, ovvero 52 minuti di lavoro e 17 di pausa. Dati estrapolati grazie a un software capace di incamerare dati sul comportamento delle persone davanti allo schermo, DeskTime è riuscito a studiare attentamente il comportamento del 10% delle persone più produttive di tutto il campione.


C’è poi la tecnica Pomodoro, ideata alla fine degli anni ‘80 da Francesco Cirillo, sviluppatore software e imprenditore, prende il suo nome dal timer a forma di pomodoro utilizzato in cucina per controllare i tempi di cottura.
Questa tecnica prevede di lavorare per 25 minuti senza interruzioni, concedersi una pausa di 5 minuti, e continuare con i “pomodori”. Dopo averne completati 4 (25’x4) la pausa da prendersi è di 20-30 minuti.

Lascia un commento