Un amico straordinario: dietro la quinta

Possiamo dire tutto di questo film: che Fred Rogers è il vicino che vorremmo, che Lloyd Vogel è dannato a ragione veduta, che Tom Hanks è immenso e definitivo, che Marielle Heller è pirandelliana, ma il distillato dell’opera Un amico straordinario è la ricerca della soluzione a un problema atavico. Come funzionare come genitori dopo essere stati figli.

“Essere genitore non significa essere un genitore perfetto”.

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Il passato ritorna e a volte richiede più gentilezza di quanto se ne riesca a trovare in prossimità della propria vita. Ecco allora che arriva Fred, conduttore di Mister Rogers’ Neighborhood, trasmissione televisiva must dagli anni 70 agli anni 90, dedicata ai bambini ma adorata anche dai grandi, che in una cornice surreale di un vicinato amico, cortese e solidale, tende la mano al giornalista e lo accompagna con tanta gentilezza e qualche piccola forzatura verso il perdono di un padre difettoso per essere, a sua volta, un padre adeguato.

La storia.

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Lloyd Vogel, giornalista, marito, genitore di un bimbo appena nato e da sempre in conflitto con il padre, che ha abbandonato la famiglia per un’altra donna, viene incaricato dalla rivista Esquire di scrivere un articolo su Fred Rogers. Nonostante la riluttanza e la diffidenza verso un’apparenza di plastilina, Lloyd si ricrede su Fred, smette di cercare scheletri e dà aria all’armadio, legandosi a lui in una amicizia salvifica. Qui il trailer.

La rottura della quarta parete.

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La regista Marielle Heller fa una scelta coraggiosa ed elegante: trasformare Roger in un supporter coprotagonista, lo show in una quinta cartoon, la possibile voce narrante da gentile a disagiata e arrabbiata.
Quindi, non la celeberrima biografia di Fred Rogers, scelta certamente più prevedibile, ma la vicenda di Tom Junod, giornalista dell’Esquire, che scrivendo l’articolo intitolato Can You Say … Hero? tratteggia la vita di una decina di personaggi, una manciata di generazioni e i capisaldi delle principali teorie della psicoanalisi. Freud , Jung, Lacan e tanti altri ringraziano.

Tre, le riflessioni che ho amato.

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  1. Ogni genitore corre il rischio di ripetere la tragedia della propria storia con il suo bambino, e imparare a perdonare è la chiave. Ci sono persone che hanno il lievito madre dentro l’anima: non sono eroi, non sono santi, scelgono ogni giorno e con fatica di mettere la gentilezza nella loro vita. Essere presenti e amorevoli è un lavoro a tempo pieno, anzi a due tempi pieni.
  2. L’adagio “Non riesco a immaginare di mangiare qualsiasi cosa abbia una madre” è quel pensiero delicato che commuove, unendo il rigore dell’etica alla tenerezza emblematica dell’amore. La densità di questa scena culmina nel minuto di silenzio e nello sguardo infinito di Tom. Applausi.
  3. Il fardello di Roger è grande, nemmeno lui riesce a negarlo, e lo si può sostenere solamente con disciplina, letture, preghiere, sport, scrittura. Loyd prova, prima della redenzione, a rendere umano questo superuomo, a materializzarlo per scomporlo, ma non ci riesce. E questa è la speranza: che la gentilezza possa essere inattacabile, una volta conquistata.

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